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I dieci peggiori candidati che possano capitarvi

By Franz Foti

Che si tratti di politiche, di europee, di regionali o di amministrative, il nostro è un Paese perennemente in campagna elettorale. Noi di Miew ne abbiamo vissute parecchie, di campagne, e con l’avvicinarsi della Primavera, periodo elettoralmente caldo per eccellenza, vogliamo dare il nostro piccolo contributo di analisi e riflessione.

Non c’è momento totalizzante e stressante, ma anche formativo e divertente come una campagna elettorale, un continuo corso accelerato nei più disparati argomenti che fanno parte del calderone della comunicazione, la nostra materia.

E’ anche un momento in cui si incontrano persone decisamente fuori dal comune, imparando a conoscerle da un punto di vista del tutto particolare. Stiamo parlando della cosa peggiore che possa capitare in una campagna elettorale: il candidato “particolare”. A tutti ne capita qualcuno, prima o poi. Chi si occupa di campagne elettorali finirà con gli anni per collezionare una vera e propria galleria di “mostri”.
Nessuno di noi farà mai i nomi neanche sotto tortura, ma vi possiamo assicurare che quelli che raccontiamo sono tutti profili creati in base a fatti realmente accaduti.

Ecco a voi i dieci peggiori candidati che possano capitare a chi si occupa di comunicazione politica.
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Melegatti: un pandoro al gusto di clusterfuck

By Franz Foti

Chi non conosce il pandoro Melegatti? L’azienda dolciaria veronese è talmente legata a doppio filo a questo classico natalizio da essere addirittura proprietaria del brevetto per la sua preparazione industriale.

E nell’era dei social, poteva mancare un brand così importante su Facebook? Certo che no.

Ma ci sentiamo di dire che fino ad ora l’approccio non è stato propriamente perfetto. Anzi, negli ultimi tempi la loro comunicazione social ha scatenato quello che gli anglofoni chiamerebbero un bel clusterfuck. Noi di Miew siamo gente di buona famiglia, quindi il significato lasciamo che lo scopriate su google.

E’ probabile, però, che alla fine di questo articolo anche chi mastica poco la lingua d’albione sia in grado di comprendere a cosa si riferisca quel termine. Siamo infatti di fronte a un vero e proprio concentrato di tutto quello che non si dovrebbe mai fare per essere efficaci e credibili sui social (e non solo).

Partiamo dall’inizio.

1) Il tono finto-giovane
Non serve infatti un esperto di branding, o di comunicazione, o di social, per capire che un marchio così legato alla tradizione dovrebbe fare di questa caratteristica il suo tesoro, e dovrebbe perciò cercare una collocazione e un linguaggio coerenti con la sua identità, come già sottolineato dal buon Frank Merenda.

Eppure Melegatti si è collocata in una fascia che per eleganza definiremmo “da bimbominkia” nella comunicazione social.

melegatti fail bimbominkia

Da tempo Melegatti pubblica regolarmente su facebook queste già non bellissime immagini accompagnate da improbabili aforismi pseudofilosofici. Viene spontaneo domandarsi cosa c’entrino con il marchio, cosa vogliano comunicare.
2) La scarsissima cura per gli aspetti visual
Già il testo e il concept dei contenuti pubblicati non sono il massimo, come abbiamo visto. Quando poi si accompagnano a un trattamento grafico a dir poco cheap, l’effetto è davvero pessimo. Le immagini valgono più di mille parole, giudicate voi questi scontornamenti agghiaccianti, la scelta del font, i colori:

melegatti social crap

3) Il testimonial misterioso
Saremmo davvero curiosi di conoscere il processo decisionale che ha portato Melegatti a scegliere Valerio Scanu come suo testimonial. Forse ci sbagliamo, anzi sarà sicuramente così, ma a occhio non si tratta di un personaggio che assoceremmo immediatamente ai valori del brand, né porta con sé un hype considerevole (non ce ne voglia, ma non è esattamente sulla cresta dell’onda).

Eppure Melegatti sembra puntare moltissimo su di lui, tanto da dedicargli addirittura una bottiglia di vino.

valerio scanu vino melegatti

Ma non è finita qui, ne promuove sui suoi canali social le apparizioni televisive (anche se per nulla legate alla sua sponsorship)
valerio scanu melegatti tale e quale

Infine, il sacrilegio: cambia per lui la confezione del Pandoro Melegatti! Via classica campana blu e oro, icona del Natale italiano, fate largo alla confezione “Scanuizzata” (qui in doppia copia, per aumentarne l’effetto disagio).

valerio-scanu-pandoro-melegatti-maxw-650

Se, come vedremo,  l’azienda veronese cercherà di scaricare la colpa dei suoi errori su chi gestisce i suoi social, in questo caso la scelta è solo sua, e a noi continua a risultare incomprensibile.

4) Fare i simpatici, senza averne le caratteristiche (e le capacità)
Sempre a proposito di testimonial, chi di voi ha visto gli anni ’80 ricorderà sicuramente le pubblicità Melegatti con protagonista Franca Valeri.

L’attrice comica ha sempre avuto un tono elegante, che poteva inserirsi bene nel contesto del brand veneto. Perché non è che ci sia poi molto da ridere, diciamocelo. E quindi anche chi, come la Valeri, aveva i numeri per far ridere, è stata utilizzata in modo tutto sommato discreto, pur all’interno di uno spot con la dose di pacchianità invevitabile negli anni ’80.

Ma gli anni passano e bisogna adeguarsi a nuovi modelli di comunicazione. A quanto pare il modello scelto è quello più becero disponibile. Ecco infatti l’ultimo contenuto pubblicato sulla pagina della Melegatti.
melegatti fail

Chiunque avrebbe potuto immaginare la scia di polemiche scatentate da questa immagine involontariamente (speriamo) omofoba e per nulla simpatica. Quasi quasi erano meglio gli aforismi stile baci perugina che abbiamo criticato sopra.

5) Arginare gli errori commettendone di più grossi
L’è peso el tacon del buso, dicono a Verona. E’ peggio la toppa del buco. Sembra però che questo scampolo di saggezza popolare non si sia fatto strada nella coscienza dei vertici Melegatti, che hanno tentato molto maldestramente di rimediare all’errore di cui sopra, con questo post.

melegatti-post-facebook1

Ora, non è propriamente elegantissimo scaricare tutte le colpe sulla pur colpevolissima agenzia di comunicazione, perché come abbiamo visto il post in questione non era che lo zucchero a velo su un consistente pandoro di pessima comunicazione, e forse l’azienda avrebbe dovuto dedicare un po’ più di attenzione a questo aspetto, e quindi le colpe vanno distribuite e la cattiva gestione non è imputabile alla sola agenzia. E infatti:

serafini melegatti

Questa va messa bella in grande, perché si tratta dell’errore della vita.

Non sarà bellissimo, ma lo sanno tutti che spesso i commenti positivi alle fan page aziendali sono pilotati, specie nelle situazioni di crisi. Anche questo, però, bisogna saperlo fare, e anche qui non ci vuole poi un social media manager per capire che se uno è un dirigente dell’azienda, non è il caso che posti un commento di sperticata lode nei confronti del suo stesso gruppo. E’ perfettamente ovvio a chiunque mastichi un minimo di internet base che in due secondi la persona in questione potrà essere googlata e sbugiardata, come puntalmente fatto dai mitici gestori di Social Media Epic Fails.

Basta, fermiamoci, qui, inutile infierire oltre nell’esame di questa autentica lezione sui principali errori di una gestione inesperta e approssimativa di un canale di comunicazione social.

Consoliamoci con una fetta di pandoro, e cerchiamo di tenere a mente quanto insegnatoci da Melegatti, per fare sempre l’esatto contrario.

A faccia a faccia con un wc sudcoreano

By Andrea Marcolongo

You never realize what you have until it’s gone…
Toilet paper is a good example.

Sono da poco tornata da un viaggio nella Corea del Sud, dove ho visto cosa accade quando si rinuncia alla propria storia per credere al sogno di un altro: quel sogno si trasforma in un incubo.
L’American dream del capitalismo spinto, del progresso e del business a tutti i costi ha preteso il suo prezzo da questa terra: è diventato il South Korean nightmare di un popolo senza memoria, con un presente di megalopoli, grattacieli, competizione sfrenata e di ben cinque giorni di ferie pagati l’anno.

Tuttavia in questo inferno del consumismo -lavorare, lavorare, lavorare!-, una porta per il paradiso c’è: è la porta del bagno. E’ all’interno della toilet, al sicuro dalla lotta selvaggia per la sopravvivenza là fuori, che l’animo si rilassa, si placa, si concede l’unico tempo libero previsto e l’unico svago concesso in Corea del Sud: un wc che più smart di così proprio non si può.

toilet 1

Confesso che all’arrivo, abituata ad altri tipi di paradiso, l’iper-tecnologica tazza dei water coreani mi ha spaventata: circondata di specchi, dotata di più tasti del mio smartphone, il wc si illuminava al mio passaggio, emetteva dei bip che non comprendevo, cinguettava come un canarino, seguiva i miei passaggi da una stanza all’altra. Impossibile leggere le istruzioni, scritte in coreano. Per due giorni mi sono perciò limitata a servirmi del bagno con circospezione e anche con paura -un volta, premuto il tasto sbagliato, mi sono fatta la doccia.

La resa dei conti tra me e il water delle meraviglie è giunta un pomeriggio quando mi sono messa con cura a studiarne tutte le paradisiache funzioni. Faccia a faccia con un wc, a tanto arriva il duro lavoro della storyteller transfuga in Corea del Sud.

toilet 2

In primo luogo, il water è in realtà un unico blocco di plastica bianca grande più di una poltrona: si chiama SMARTLET e come logo ha un dolcissimo orsetto polare -fa fresco, in paradiso.
Tutta questa meraviglia tecnologica si attiva automaticamente con un sensore che riconosce il sedere dell’utente -sì, è questa la definizione migliore per chi si trova ad utilizzare un wc del genere: impossibile convincere l’orso polare a scaricare l’acqua dopo aver gettato un comune fazzoletto.
Una volta seduti, l’utente ha a disposizione una tastiera digitale con tanto di schermo per scegliere e regolare il privato momento di pace: avendo premuto per ragioni di studio tutti i tasti, suggerisco a chi capitasse in Corea del Sud di ben memorizzare il quadratino rosso, che significa stop, basta, lasciami in pace! per porre fine all’operosità dello smart water.

Per la descrizione delle altre piacevoli funzioni dovrò ricorrere a tutto il mio garbo e a tutta la mia eleganza -prova non facile visto l’argomento, ma mi consolo subito pensando agli ingegneri di questa macchina terrificante.
Il culetto verde, se premuto, procura una ventata d’aria calda, simile a quella normalmente usata per asciugarsi le mani.
Il culetto blu prevede la fuoriuscita di un inquietante tubicino da cui zampilla acqua direttamente nel didietro.
La signorina rosa, invece, rivolge il getto dell’acqua senza pudore direttamente alle parti intime.
La temperatura, l’intensità e la durata di questi momenti di piacere è regolabile a proprio piacimento.

Chiarite le funzioni di base, resta da comunicare al gentile orsetto le proprie preferenze premendo i tasti in basso, al di sotto del display.

Innanzitutto, bisogna denunciare che lo smart water coreano non rispetta la teoria gender: ti chiede infatti di mettere subito in chiaro se sei un uomo o una donna, così da regolare al meglio i servizi offerti.
Non rispetta nemmeno la privacy, perché ti chiede la situazione sentimentale: se sei solo in camera oppure in coppia (simbolino dell’omino e della donnina abbracciati). In quest’ultimo caso, provvederà a memorizzare il peso di ciascuno e le relative preferenze – attenzione: l’orsetto non provvede a trovarti un fidanzato, in caso di solitudine.
Gli altri due simboli rimandano a due comodità per me inspiegabili: uno permette di fare la doccia seduto sul water, grazie ad un getto che emerge davanti ai tuoi occhi stile mostro di Lochness. L’altro fa fare le bolle all’acqua contenuta nella tazza.

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Come ogni esperienza paradisiaca, anche lo smart water prevede la contemplazione: di se stessi. Non sono in hotel, ma anche nei bagni pubblici di Seoul c’è sempre nei pressi del wc uno specchio regolato all’altezza adatta per riflettere la propria immagine da seduti. Non ho chiaro se serva per truccarsi o per guardarsi negli occhi, finalmente soli in una città di 25 milioni di abitanti. Propendo per la seconda; nel dubbio, mi sono fatta il selfie più memorabile della mia vita.

Una volta concluso il piccolo, grande momento di felicità, lo smart water fa tutto da solo, arieggiando e profumando l’ambiente e illuminandosi di viola (nostalgia?). Fine del paradiso, di corsa fuori dalla stanza da bagno a produrre produrre produrre fino alla prossima sosta alla toilette. In fondo ho capito che è questo il vero, autentico South Korean Dream.

AdBlock: parte la controffensiva, a colpi di Comic Sans!

By Franz Foti

La guerra tra advertiser aggressivi e utenti esasperati raggiunge un nuovo livello di escalation. E di fronte a software di ad-blocking sempre più sofisticati e restrittivi, c’è chi non ha esitato a mettere in campo una soluzione che desta parecchi dubbi etici: l’utilizzo del Comic Sans!

comic-sans
L’online advertising è uno dei business più floridi del pianeta, muove un giro d’affari che ha toccato, solo negli Stati Uniti, punte di 43 miliardi di dollari all’anno. Eppure le punte di fastidio generato negli utenti sono forse persino superiori, tanto che il ricorso ai software di ad-blocking (cioè in grado di nascondere gli ad delle pagine che si visitano) interessa fino al 40% degli utenti, stando alle lamentele di alcuni publisher.

ads everywhere

Per la verità i produttori di AdBlock, il principale di questi software, hanno deciso di stilare una lista di ad etici che saranno perciò visibili anche a chi ha installato il programma, ma sul fronte pubblicitario c’è chi ha pensato di passare comunque al contrattacco, anche in maniera molto creativa.

C’è chi, come il celebre blog Bagni Proeliator, usa l’ironia ricordando agli utenti che quegli ad aiutano l’autore dei post a pagarsi gli avvocati.

ad block bagni proeliator

Ma c’è chi non si accontenta di una semplice moral suasion.
E’ il caso, ad esempio, di Next of Windows, un sito di consigli e guide per un migliore utilizzo di tutto ciò che è relativo al sistema operativo della Microsoft. Questo sito, evidentemente piuttosto geek-oriented, riconosce l’utilizzo di un AdBlock e risponde per le rime con messaggi come questi.

comic sans montage

E la minaccia è reale, al messaggio in questione segue un rapidissimo refresh della pagina, che vede i suoi font trasformarsi tutti in Comic Sans!

Quelli di Next Of Windows, quindi, fanno sul serio. Se non volete vedere gli ad, sarete costretti ad avvelenare i vostri occhi con il più odiato tra tutti i font, che semina da anni il terrore in decine e decine di fogli appesi là per là in uffici e condomini e noiosissime presentazioni di PowerPoint.

E se questa idea si espandesse? E se la folle equazione “niente ad=comic sans” finisse in mani sbagliate?
La minaccia di Next of Windows non va sottovalutata.

Ci sono cose peggiori degli ad. Ad esempio Comic Sans.

#iostoconerri: cavalcare un processo per un pugno di libri?

By Franz Foti

Il processo ad Erri De Luca è una delle notizie più calde degli ultimi giorni. Ha fatto molto discutere, infatti, la richiesta di condanna a otto mesi di carcere avanzata dal pm nei confronti del celebre scrittore, accusato di aver istigato episodi di violenza legati al movimento No-Tav della Val di Susa.

Pur considerando la richiesta di condanna (e il processo stesso) a dir poco disturbanti, non è delle accuse a carico di De Luca che tratterà questo post.

In seguito alla richiesta di condanna, sui social si è scatenata la discussione in merito alla notizia e in brevissimo tempo l’hashtag #iostoconerri è entrato in trending topic.

Lo stesso De Luca, che ha sempre messo in primo piano il suo impegno nelle battaglie in cui crede, ha modificato il suo account mettendo dei riferimenti al suo processo e alla campagna in suo sostegno

de luca status

La campagna, come spesso accade, ha coinvolto anche personaggi e organizzazioni e media di un certo rilievo, da Roberto Saviano ad Alessandro Robecchi, da Change.org a Rai3.

Ovviamente anche la casa editrice di De Luca, la Feltrinelli, ha mostrato il suo sostegno al celebre scrittore, e fin qui nulla di male. L’account twitter ufficiale propone uno storify della campagna e dichiara il suo supporto a Erri.

Tutto bene, quindi? Fino a un certo punto. Ciò che abbiamo trovato decisamente stonato è la creazione di questa pagina, in cui il sostegno a De Luca tende a confondersi (e a stemperarsi) con la promozione del suo catalogo. Anche le immagini a corredo del sito non appaiono proprio di ottimo gusto.

deluca_feltrinelli

La domanda sorge spontanea, quindi: è giusto utilizzare un processo e il buzz mediatico creatosi attorno ad esso per promuovere la vendita di un prodotto legato all’imputato?
E’ giusto cavalcare l’indignazione per quello che viene vissuto come un processo alla libertà di parola per aumentare il proprio fatturato?

Spesso qui su Miew parliamo di come i brand risultino più efficaci nella loro comunicazione quando riescono a intercettare il flusso delle informazioni che intersecano la vita quotidiana del pubblico, ma è sempre importante fare la cosa con una certa classe e con tatto. La spudoratezza raramente paga, a nostro avviso.

Personalmente, la trovo una scelta molto discutibile. Un vero epic fail.

 

 

Twitter va giù? KFC ti tira su!

By Franz Foti

Se siete malati di social come noi di Miew, sicuramente ricorderete con terrore e raccapriccio il mattino del 27 gennaio del 2015, quando Facebook, Instagram e Twitter sono andati down tutti e tre contemporaneamente, lasciando milioni di utenti senza la possibilità per un’intera mattina di giocare a Candy Crush, condividere le foto della colazione, cercare potenziali spasimanti.

E se questa apocalisse dovesse ripetersi? Che fare delle nostre vite? Tranquilli, ci pensa KFC!

E’ infatti proprio su questa autentica tragedia della rete che si basa l’ultima campagna del celebre brand di pollo fritto.


kfc don't panic

Con molto più di un pizzico di ironia, ma sfoderando quella che con ogni probabilità si rivelerà un’ottima idea, il branch rumeno dell’azienda del Colonnello Sanders propone infatti di calmare i nervi stremati dei fanatici dei social regalando loro un panino ogni qual volta dovesse ricapitare che i principali social network siano down.

Il video di questo fantastico spot televisivo è stato caricato su YouTube da moltissimi semplici utenti e canali che si occupano di comunicazione e social media, ha perciò fatto in breve il giro del mondo e sta facendo molto parlare di sé. Giocare sulla nostra esagerata dipendenza dai social è un’ottimo stratagemma per aumentare il buzz sulla rete del brand in questione, che non può al momento contare su una presenza social di particolare rilievo.

la campagna rimanda a un sito dedicato, anch’esso molto ironico. Una volta lanciato, infatti, verifica che i social siano attivi, passando sullo sfondo messaggi tipo “se le hai scritto e non ti risponde, sei sicuro che sia un problema di rete?” per poi proseguire con “le reti sono tutte ok, tu invece avresti bisogno di un po’ di pollo”, oppure “Houston, qua nessun problema, ma Houston, nessuno ha fame?”

kfc dont panic sito

La campagna è stata un successo, da quando è stata lanciata diversi social sono andati offline e sono stati i giorni di maggior affluenza da KFC.

Come amiamo ripetere, questa campagna funziona non solo perché coglie con ironia e creatività un aspetto della nostra quotidianità per declinarlo a suo modo, ma perché si tratta di una campagna che riguarda, potenzialmente, sia il piano social che quello “reale” (ma c’è davvero ancora qualcuno che pensa ci sia una differenza tra i due?), in questo caso facendo leva sui canali social di utenti e addetti ai lavori, superando così la scarsa potenza dei propri.

E poi, certo, anche regalare panini aiuta.

Davide contro Pendejo: Ilegal Mezcal non le manda a dire

By Franz Foti

Viste anche le sue opinioni politiche, non ci stupirebbe vedere Donald Trump dichiarare a uno dei suoi comizi “molti nemici, molto onore”. Né di sentire qualcuno dal pubblico urlargli “Eres un Pendejo!” indossando una T-Shirt della Ilegal Mezcal.

Imprenditore spregiudicato, discusso personaggio tv e ultimamente anche politico emergente, il miliardario del Queens non ha certo mai fatto del politically correct la sua bandiera. E se le sue intemperanze verbali e le sue posizioni ultra-destrorse erano già note al grande pubblico nelle sue molteplici apparizioni televisive da ospite o da protagonista, la sua campagna per le primarie repubblicane alla presidenza degli Stati Uniti hanno ulteriormente messo in luce la sua visione del mondo non propriamente moderata.

Ed è stata proprio una delle sue ultime dichiarazioni a scatenare l’ira della comunità latina (e non solo) degli USA.
Durante il discorso in cui ha annunciato la sua candidatura a Presidente, infatti, Trump ha dichiarato:

“Gli Stati Uniti sono ormai diventati una discarica per i problemi altrui. (Applausi). Grazie. E’ la verità, e questi sono gli applausi delle persone migliori di questo Paese. Quando il Messico manda qui la sua gente, non manda i migliori. Non manda gente come voi. Manda gente piena di problemi, che porta da noi i suoi problemi. Portano droga. Portano crimine. Sono stupratori. E alcuni, immagino, sono brava gente.”

E’ chiaro che la cosa non ha suscitato grandi simpatie nella comunità latinoamericana verso il parrucchinatissimo Donald.

La notizia è arrivata all’orecchio di John Rexer, il padrone della Ilegal Mezcal, un piccolo brand che produce un’ottima qualità del celebre liquore d’agave di origine messicana.
Rexer, oltre a essere un imprenditore di successo a sua volta, è un sostenitore dei diritti civili ed un grande estimatore del Messico, dove ha vissuto per diversi anni. Quando durante una chiacchierata con un cameriere messicano, questi gli ha detto “Per fortuna non sono tutti come Donald Trump. Donald, eres un pendejo (Donald, sei uno stronzo)”, il patron della Ilegal Mezcal ha preso nota e non ci ha pensato due volte: nel giro di poche ore ha fatto tappezzare New York con questi manifesti.

donald pendejo ilegal mezcal

 

Rexer ci ha preso gusto, anche notando che la risposta sui media tradizionali e sui social sta aumentando, e ha quindi deciso di espandere la campagna di affissioni: oltre a New York (dove il manifesto è appeso in oltre cento postazioni), potrete presto vedere il faccione del protagonista di The Apprentice anche a Los Angeles e Miami.

E c’è di più: il patron della Ilegal Mezcal ha anche messo in vendita sul suo sito una T-Shirt con la medesima grafica. Tutti i proventi verranno devoluti a alla NYSYLC, un’associazione che si occupa della difesa e della promozione dei diritti degli immigrati irregolari, in particolare dei più giovani.

t shirt pendejo trump

Come andrà a finire questa vicenda? Oltre che molto intollerante, Trump è anche decisamente litigioso, e ha uno stuolo di avvocati assetati di parcelle al suo servizio. Se la campagna montasse ulteriormente (come in realtà speriamo) potrebbe anche decidere di fare causa a Rexer e alla Ilegal Mezcal, ma quest’ultimo non sembra molto preoccupato, anzi sta bellamente rilanciando la sua campagna su tutti i canali social della sua azienda, e trovando anche supporter.

Come dicevamo, infatti, non è la prima volta che questo marchio di Mezcal viene associato a battaglie riguardanti i diritti civili. Da sempre accompagnano il loro merchandising al claim “the only thing that should be Ilegal is Mezcal (l’unica cosa che dovrebbe essere Ilegal è il Mezcal)”, con cui hanno promosso e finanziato campagne in particolare a favore dei matrimoni egualitari. Il sostegno a questa causa ha avuto il suo apice nel 2012, quando in seguito alle famigerate dichiarazioni omofobe del capo della catena di fast food Chick-fil-A, John Rexer (giocando con il significato di cock, che è sia il gallo che il termine slang per l’organo sessuale maschile) fece circolare questi manifesti:

kiss a cock Illegal-Mezcal

“Preferirei baciare un uccello che mangiare il tuo pollo”

Non sappiamo come si evolverà questa vicenda, se si spegnerà a breve o se diventerà parte integrante del dibattito pubblico delle prossime settimane, ma quello che sembra evidente è una tendenza sempre più radicata negli Stati Uniti: i brand si ritengono ormai a buon diritto parte della discussione pubblica anche su argomenti teoricamente distanti da quello di loro provenienza. Anzi, sembra ormai che le opinioni “politiche” siano parte integrante dell’identità di molti marchi, nel bene e nel male.
Certo la cosa richiede una discreta dose di coraggio e di spregiudicatezza, perché ovviamente esporsi politicamente può portare al contempo simpatie e antipatie molto viscerali. Il rischio è anche quello di essere accusati di sfruttare cause così sensibili per fare pubblicità al proprio marchio. Ma John Rexer sembra non avere dubbi: “non mi faccio troppi problemi, quando sento di essere dalla parte giusta”, ha dichiarato a eater.com
Chissà in quanti in Italia sarebbero pronti a dire lo stesso? Ne parleremo di certo molte altre volte.

 

Romagna calling: mille Dave Grohl a Cesena

By Stefano Catone

Dave Grohl a Cesena, insieme ai Foo Fighters, nel mezzo del loro tour mondiale? Da ieri è possibile, grazie a un’idea di Rockin’1000, capaci di radunare mille musicisti (250 cantanti, 350 chitarristi, 150 bassisti, 250 batteristi, per la precisione) presso il Parco Ippodromo di Cesena per suonare Learn to Fly, apprezzatissimo successo del gruppo statunitense.

logo_rockin1000

Come mettere assieme mille persone? Come trovare uno spazio adeguato ad ospitarle? Come attrezzarlo, per l’esecuzione del brano e per le riprese? Con un’operazione di crowdfunding da 40.000 euro, lanciata attraverso il portale GINGER (Gestione Idee Geniali Emilia Romagna): Romagna Calling the Foo Fighters. Ricompensa minima, un video tutorial su come fare una piadina romagnola a forma di chitarra.

Portato a termine con successo il finanziamento – la raccolta è arrivata vicina ai 45.000 euro -, non è rimasto che radunare i mille musicisti, farli suonare, riprenderli e montare il video.

folla rockin1000

 

Il 26 luglio è andato in scena lo spettacolo, che YouTube ha portato sugli smartphone di milioni di persone in pochissime ore.  Nel momento in cui scrivo sono passate circa 24 ore dalla pubblicazione, e il video ha già realizzato 3,5 milioni di visualizzazioni. Ed eccolo qui:

 

 

Per fare un paragone, il video originale di «Learn to fly» si aggira sui 40 milioni di visualizzazioni, al momento, ed è online dall’ottobre 2009.

E quindi, come è andata a finire?

È andata a finire che i Foo Fighters hanno prima rilanciato il video tramite la propria pagina Facebook, commentando semplicemente «Che bello, Cesena… ‪#‎Rockin1000‬».

 

E poche ore dopo, travolti dai commenti dei fan, non hanno potuto che confermare: «Ci vediamo a presto, Cesena…. xxx Davide #‎Rockin1000‬».

Blow Shit Up With Arnold, chi l’ha detto che la beneficenza è noiosa?

By Franz Foti

Ogni tanto anche noi di Miew ci prendiamo una pausa dalla birra e dai panini e ci piace parlare di qualcosa che non sia solo il mondo commerciale, per quanto comunicato in maniera fresca e interessante. Una cosa di cui fino ad ora non ci siamo mai occupati, ad esempio, è il mondo legato alla beneficenza.

Chi l’ha detto che le regole che valgono per il business non possano valere anche per il no-profit? Nessuno, e infatti possono. Eccome, se possono.

Prendete ad esempio Arnold Schwarzenegger. Sì, proprio così, avete capito bene. Il buon vecchio Arnold sta per darvi una lezione di come si fa comunicazione per il no-profit. And he’s gonna blow your mind!

ArnoldSchwazenegger omaze

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Ho fatto una foto a Civati, aka quando “falla girare” assume tutto un altro senso

By Michela Cella

I fenomeni di viralità sul web (e non solo) sono prima di tutto eventi spontanei, difficilmente si può ingabbiarne la natura in uno schema preciso, difficilmente li si può analizzare con la pretesa di capirli fino in fondo. Il medium e il messaggio sono spesso sovrapponibili, e capita che a volte la forza e il momentum del secondo siano tali da rendere ininfluenti le buone pratiche del primo.

Oggi vogliamo farvi un esempio di come un contenuto di per sé povero sul piano tecnico e per nulla pianificato possa comunque dare grandi soddisfazioni, a determinate condizioni.

Noi gattini di Miew ogni tanto ci stacchiamo dai social e l’altra sera ben 4 su 7 di noi erano all’evento “Erba Voglio” organizzato da Giuseppe Civati per promuovere la legalizzazione della cannabis a scopo ricreativo e terapeutico.

erba voglio

Ad un certo punto dei ragazzi hanno consegnato una canna ad un collaboratore di Civati perché gliela portasse, io ho colto al volo la photo-op e ho immortalato Pippo sorridente con una canna in mano.

civati spinello

Ho chiesto il permesso e l’ho postata sulla pagina Facebook dell’evento e l’ho twittata. I like e i RT sono fioccati come per nessun’altra mia foto pubblicata sui social.

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Scout London, da scocciatura su Facebook a star di Instagram a sua insaputa

By Adele Tangucci

La modella Sai De Silva era la tipica mamma che ogni santo giorno inondava orgogliosa la home di Facebook dei suoi contatti con le foto della figlia postate sull’account personale.

Qualcuno, non si sa se con le buone o con le cattive, le ha scritto di smettere o comunque di rallentare un po’ questa sua attività frenetica. Lei, invece di lamentarsi con un aggiornamento di stato rosicone “Fatevi i fatti vostri, la bacheca è mia e me la gestisco io”, ha trasferito questo suo passatempo su Instagram e ha cominciato letteralmente a guadagnarci.

Presto l’account @scoutfashion, oltre che da parenti e amici, ha iniziato a essere seguito da numerosi ammiratori dello street style che hanno riconosciuto nella 3enne Scout London una nuova icona di stile.

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I Nobraino e tutto quello che non bisogna fare quando si sbaglia, si ritratta, e si sbaglia più forte.

By Hamilton Santià

Di social media fail se ne vedono tanti. Non tutti sono capaci di usare i social network in maniera costruttiva. Anzi. Spesso quello che può essere un contenitore di dialogo costruttivo, di circolazione di contenuti, di discussione, diventa niente più che l’appendice – amplificata – della chiacchiera da bar: ci si sfoga, si scrivono le prime cose che passano per la testa, non si misurano le conseguenze. E qui si sbaglia, perché ogni post pubblicato su Twitter o Facebook non è neutro, ma è un fatto, una fonte. Ieri, mentre tutto l’internet stava commentando – con alterne fortune – i fatti del Canale di Sicilia, i Nobraino hanno pubblicato questo status sulla loro pagina ufficiale.

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Miew #ExpoAwards stagione 1 episodio 2

By Franz Foti

Ed eccoci al secondo episodio di questa epica saga su Expo2015. Anche questa settimana l’Esposizione Universale (che sta per aprire i battenti a Milano) ci regala alcune chicche, e noi di Miew siamo di nuovo qui a eleggere il meglio e il peggio della comunicazione legata alla kermesse meneghina.

Ma andiamo senz’altro a incominciare, che è venerdì e state tutti con l’occhio all’orologio e la mente all’aperitivo.

Le avventure culinarie di Puok e Med, “Io voglje ‘a pizza”: EpicWin!

puok e med Pizza

 

Ricorderete senza dubbio lo spot di McDonald’s protagonista (suo malgrado) del primo episodio dei nostri awards. Le polemiche, come da noi previsto, si sono susseguite per tutta la settimana, fino a volumi francamente un po’ eccessivi (in fondo è solo lo spot di un panino). Tra le varie forme di ironia suscitate però dalla propaganda pro-HappyMeal ce n’è una che a nostro avviso merita la medaglia d’oro di questa settimana. Si tratta di  Le Avventure Culinarie di Puok e Med, un simpatico blog culinario partenopeo che ha caricato sulla sua pagina facebook un video di risposta molto simpatico, che vi proponiamo.

Il video ribalta la situazione dello spot della celebre catena di fastfood: una famigliola va a cena in una paninoteca e il bimbo rifiuta l’hamburger, chiedendo al padre una pizza. Il tutto in un simpaticissimo dialetto napoletano sottotitolato in inglese. La camera stacca su un montaggio di bimbi e genitori che addentano felici una pizza a portafoglio presa in un chiosco per strada e il video si chiude, con un colpo da maestro, rispondendo anche all’aspetto economico della proposta McDonald’s.

Il video ha in breve ottenuto oltre 1 milione e 200mila visualizzazioni, oltre 40mila condivisioni e 20mila like. Il tutto senza considerare il fatto che è stato caricato e condiviso centinaia di volte da innumerevoli utenti YouTube.

Non sappiamo se sarà la pizza a portafoglio a nutrire il mondo, come si propone l’Expo2015, ma sappiamo per certo che questa è una riposta vincente: ironica, non piagnona o polemica, efficacissima nella sua veicolazione. Complimenti a Puok e Med!

ATM Informa e i parcheggi in zona Expo: EpicFail!

Molte aziende che forniscono servizi al cittadino da diverso tempo colto le opportunità che i social network offrono in termini di customer care e contemporaneamente di brand recognition.
Fondamentale da questo punto di vista è Twitter, una piattaforma semplice e immediata che permette facilmente un rapporto in tempo reale con la propria utenza. La chiave qui è senza dubbio il tempo di risposta: la maggior parte degli utenti Twitter si attende una risposta alle proprie richieste entro un’ora.
Ma l’utenza richiede anche che la risposta sia utile, ovviamente.

Questo secondo aspetto deve essere risultato poco chiaro all’Azienda dei Trasporti di Milano.
Qualche giorno fa un’utente twitta una domanda all’account di ATM:

Ecco la tragicomica risposta dell’azienza meneghina:

In pratica un bel “Cara Roberta, arrangiati”.
Il piccolo (ma gravissimo) incidente assume i toni del grottesco quando nella discussione, in cui volano gli improperi verso ATM, si inserisce l’account del Comune di Milano, che suggerisce all’utente e ad ATM il nuovo portale dedicato alla mobilità di Milano.

Aprire uno o più account ufficiali per avere un rapporto snello e diretto con la propria utenza è senza dubbio una buona idea. Ma questo non può essere solo un rapporto di tipo unidirezionale e frontale. Non basta fornire informazioni dirette ai propri follower, è fondamentale l’interazione con gli stessi. Ricordando sempre che sui social il mondo ci guarda, e qualcuno potrebbe anche intervenire trasformando una figura barbina in un EpicFail, proprio come quello rimediato da ATM.

EXPO2015: il meglio e il peggio della settimana

By Franz Foti

Expo2015 non è ancora cominciato e già se ne parla più per le polemiche ad esso legate che per l’evento in sé. Sarà un po’ di tipico gufismo italico, se volete, ma c’è da dire che di epic fail se ne sono visti parecchi, nella esposizione universale (legata quest’anno al cibo) che sta per aprire i battenti a Milano.
Non tutto è da buttare, però, abbiamo anche visto più di qualcosa di invitante nella comunicazione legate in qualche modo alla kermesse meneghina.

L’occasione è quindi troppo gustosa per dei gourmet della comunicazione social come noi di Miew, abbiamo perciò deciso di darvi ogni settimana un assaggio del meglio e del peggio visto sulla rete riguardo a Expo2015.

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Calcio e social media: la dura legge dell’engagement

By Stefano Catone

Il calcio italiano non brilla, a livello internazionale, oramai da troppo tempo, per i parametri ai quali eravamo abituati. Oltre ai risultati del campo, anche sul terreno dei social media i nostri club sembrano deludere, se paragonati ai principali competitor su scala europea.

Una breve indagine comparativa, svolta tra club scelti ad insindacabile giudizio dello scrivente, può aiutarci a comprendere il gap, e a ricavare qualche suggerimento e qualche spunto per tornare competitivi in Europa. Almeno nella comunicazione.

Parliamo di cinque club (e di cinque pagine Facebook), dei quali due italiani (Milan e Juventus) e tre “del resto d’Europa” (Real Madrid, Manchester United, Bayern Monaco).

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