By Andrea Marcolongo

You never realize what you have until it’s gone…
Toilet paper is a good example.

Sono da poco tornata da un viaggio nella Corea del Sud, dove ho visto cosa accade quando si rinuncia alla propria storia per credere al sogno di un altro: quel sogno si trasforma in un incubo.
L’American dream del capitalismo spinto, del progresso e del business a tutti i costi ha preteso il suo prezzo da questa terra: è diventato il South Korean nightmare di un popolo senza memoria, con un presente di megalopoli, grattacieli, competizione sfrenata e di ben cinque giorni di ferie pagati l’anno.

Tuttavia in questo inferno del consumismo -lavorare, lavorare, lavorare!-, una porta per il paradiso c’è: è la porta del bagno. E’ all’interno della toilet, al sicuro dalla lotta selvaggia per la sopravvivenza là fuori, che l’animo si rilassa, si placa, si concede l’unico tempo libero previsto e l’unico svago concesso in Corea del Sud: un wc che più smart di così proprio non si può.

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Confesso che all’arrivo, abituata ad altri tipi di paradiso, l’iper-tecnologica tazza dei water coreani mi ha spaventata: circondata di specchi, dotata di più tasti del mio smartphone, il wc si illuminava al mio passaggio, emetteva dei bip che non comprendevo, cinguettava come un canarino, seguiva i miei passaggi da una stanza all’altra. Impossibile leggere le istruzioni, scritte in coreano. Per due giorni mi sono perciò limitata a servirmi del bagno con circospezione e anche con paura -un volta, premuto il tasto sbagliato, mi sono fatta la doccia.

La resa dei conti tra me e il water delle meraviglie è giunta un pomeriggio quando mi sono messa con cura a studiarne tutte le paradisiache funzioni. Faccia a faccia con un wc, a tanto arriva il duro lavoro della storyteller transfuga in Corea del Sud.

toilet 2

In primo luogo, il water è in realtà un unico blocco di plastica bianca grande più di una poltrona: si chiama SMARTLET e come logo ha un dolcissimo orsetto polare -fa fresco, in paradiso.
Tutta questa meraviglia tecnologica si attiva automaticamente con un sensore che riconosce il sedere dell’utente -sì, è questa la definizione migliore per chi si trova ad utilizzare un wc del genere: impossibile convincere l’orso polare a scaricare l’acqua dopo aver gettato un comune fazzoletto.
Una volta seduti, l’utente ha a disposizione una tastiera digitale con tanto di schermo per scegliere e regolare il privato momento di pace: avendo premuto per ragioni di studio tutti i tasti, suggerisco a chi capitasse in Corea del Sud di ben memorizzare il quadratino rosso, che significa stop, basta, lasciami in pace! per porre fine all’operosità dello smart water.

Per la descrizione delle altre piacevoli funzioni dovrò ricorrere a tutto il mio garbo e a tutta la mia eleganza -prova non facile visto l’argomento, ma mi consolo subito pensando agli ingegneri di questa macchina terrificante.
Il culetto verde, se premuto, procura una ventata d’aria calda, simile a quella normalmente usata per asciugarsi le mani.
Il culetto blu prevede la fuoriuscita di un inquietante tubicino da cui zampilla acqua direttamente nel didietro.
La signorina rosa, invece, rivolge il getto dell’acqua senza pudore direttamente alle parti intime.
La temperatura, l’intensità e la durata di questi momenti di piacere è regolabile a proprio piacimento.

Chiarite le funzioni di base, resta da comunicare al gentile orsetto le proprie preferenze premendo i tasti in basso, al di sotto del display.

Innanzitutto, bisogna denunciare che lo smart water coreano non rispetta la teoria gender: ti chiede infatti di mettere subito in chiaro se sei un uomo o una donna, così da regolare al meglio i servizi offerti.
Non rispetta nemmeno la privacy, perché ti chiede la situazione sentimentale: se sei solo in camera oppure in coppia (simbolino dell’omino e della donnina abbracciati). In quest’ultimo caso, provvederà a memorizzare il peso di ciascuno e le relative preferenze – attenzione: l’orsetto non provvede a trovarti un fidanzato, in caso di solitudine.
Gli altri due simboli rimandano a due comodità per me inspiegabili: uno permette di fare la doccia seduto sul water, grazie ad un getto che emerge davanti ai tuoi occhi stile mostro di Lochness. L’altro fa fare le bolle all’acqua contenuta nella tazza.

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Come ogni esperienza paradisiaca, anche lo smart water prevede la contemplazione: di se stessi. Non sono in hotel, ma anche nei bagni pubblici di Seoul c’è sempre nei pressi del wc uno specchio regolato all’altezza adatta per riflettere la propria immagine da seduti. Non ho chiaro se serva per truccarsi o per guardarsi negli occhi, finalmente soli in una città di 25 milioni di abitanti. Propendo per la seconda; nel dubbio, mi sono fatta il selfie più memorabile della mia vita.

Una volta concluso il piccolo, grande momento di felicità, lo smart water fa tutto da solo, arieggiando e profumando l’ambiente e illuminandosi di viola (nostalgia?). Fine del paradiso, di corsa fuori dalla stanza da bagno a produrre produrre produrre fino alla prossima sosta alla toilette. In fondo ho capito che è questo il vero, autentico South Korean Dream.

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