By Hamilton Santià

Ogni minuto, il miliardo di utenti di YouTube carica 300 ore di video. 300 ore al minuto. In espansione costante. Come l’universo. Essere groundbreaking è una questione di fortuna, più che altro. Soprattutto se sei un utente normale, che ha creduto nel ‘grassroots’, nel ‘prosumer’, e in tutte quelle parolacce che ci siamo abituati a usare per dare l’idea di essere professionali. Soprattutto, inoltre, se ti occupi di musica. Da Napster in poi, le ‘nicchie di mercati’ di cui parlava Chris Anderson ne La coda lunga si sono disseminate riempiendo l’orizzonte. Tutti hanno sempre suonato, ma una volta era più difficile farsi ascoltare. Ora il brusio è interminabile, e il rumore di fondo rischia di non aiutare. C’è bisogno di un gancio forte, un filtro significativo, un’idea che rimanga impressa. Non importa sua tua o meno: le logiche del viral sono quanto di più simili alla ‘teoria del caos’ possiamo immaginarci.

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Andre Antunes è un chitarrista portoghese. La sua pagina FB ha 25 mila ‘like’, e ci sono foto di lui che suona con la sua band davanti a grandi folle. Antunes è uno di quei chitarristi ‘ascoltato dai chitarristi e che ascolta i chitarristi’, quella categoria di nerd terminale che passa le ore (su YouTube, ovviamente) a guardarsi i filmati del Festival Crossroads di Eric Clapton, dove decine di chitarristi passano i pomeriggi a sfidarsi su chi è più bravo con gli assoli. Una categoria antropologica di un certo tipo, che garantisce un mercato di nicchia, sì, ma che non emerge mai. Si vedano anche le visualizzazioni ai video sul canale YouTube di Antunes. In media siamo sulle 10,000 visite a singolo video. Buono, ma niente più che un cantante di nicchia di un paese privo di una grande tradizione rock.

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L’unico video che è riuscito a superare la soglia del milione di visite è questo, in cui Antunes suona Get Lucky dei Daft Punk replicando lo stile di dieci chitarristi non solo famosi, ma con uno stile immediatamente riconoscibile: Tom Morello, Kurt Cobain, Brian May, Santana, ecc. Il video non è solo divertente da ascoltare, ma sintomatico di due cose che possono aiutarci a capire come funziona il pop oggi e cosa funziona nel pop oggi.

Prima di tutto, il successo del video di Antunes conferma lo status di canzone ‘anthemica’ di Get Lucky. Al netto di ogni considerazione critica, si tratta del pezzo più suonato, più riconoscibile e più ‘catchy’ degli ultimi anni. Poi, fa emergere la questione della ‘nostalgia’ come tratto caratteristico della fruizione musicale contemporanea (per una trattazione più elaborata vi rimando al fondamentale Retromania di Simon Reynolds): non solo perché Get Lucky è chiaramente una canzone degli anni Settanta – guardate questo video, in cui si immagina il pezzo dei Daft Punk suonato nelle varie epoche: il periodo ‘70 è pressoché identico al pezzo come lo conosciamo – ma perché l’uso degli stili caratteristici di determinati chitarristi permette di stimolare il gusto dell’ascoltare, il rimando, la citazione, che è di per se un tratto nostalgico. Ultimo ma non ultimo, la questione del ‘feticismo’. Abbiamo già detto dell’amore dei chitarristi per i chitarristi. Ecco, vedere tre minuti dove un bravo chitarrista imita altri bravi chitarristi (e ci riesce quasi sempre bene, ho una teoria sul come mai l’imitazione meno convincente sia quella di Cobain) di fatto accende quel gusto per il feticcio che è insito al consumo musicale. Si sposta di supporto – dall’oggetto (chitarra, disco), al video – ma resta una manifestazione dell’esperienza.

Nostalgia, feticcio, musealizzazione (i chitarristi di cui si occupa Antunes sono tutti ‘mostri sacri’) attraverso una canzone che è di per sé museo di se stessa, feticcio di se stessa, nostalgia di se stessa. Uno dei modi in cui la musica funziona oggi e con cui riesce a essere divulgata attraverso il mormorio permanente degli streaming, delle demo, delle band emergenti su YouTube.

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