By Andrea Marcolongo

Altro che social. Altro che stare seduti davanti ad uno schermo. Altro che be in the loop.
Vi voglio raccontare di un mondo in cui si stava a guardare: che cosa? Il mondo, naturalmente. Con il binocolo, la lente di ingrandimento, il microscopio, la mappa: niente effetti speciali, solo effetti normali.
Eppure quel mondo era speciale davvero.

Quando? Inghilterra, anni Cinquanta e Sessanta. Era allora che William Clowes & Sons stampavano dei libri che non potrebbero essere più distanti dal modo attuale di leggere e decifrare il mondo: The Observer’s Books. I libri degli osservatori. Ovvero: quando si stava a guardare.

observers book 2


Mi sono imbattuta nella collana, ormai estinta e fuori da ogni catalogo e da ogni logica, a Hay-on-Wye: già questo struggente, minuscolo paesello del Galles vale una storia a sé. Qui, nel 1977, tale Richard Booth, proprietario di una libreria di libri usati, si auto-proclamò re dell’autonomo Stato di Hay-on-Wye: lo Stato dei libri dimenticati.  Al di là del progetto politico, così miseramente fallito che nemmeno Don Chisciotte, oggi Hay-on-Wye (1846 abitanti) è davvero la capitale mondiale del libro usato: ci sono più librerie che hotel, pub e ristoranti messi insieme. Con una sola regola: i libri in vendita devono essere testimoni di un mondo che non esiste più. Qui potete trovare tutto ciò che è stato pubblicato e che non corrisponde più alla nostra idea di mondo. Libri dimenticati, libri inutili per molti. Ed è stato qui, in un piovoso novembre, che mi sono trovata tra le mani uno degli Observer’s Books.

Fondamentale è riconoscere, prima di tutto, che codesti libri sono oggetti di una bellezza straordinaria: dimensione tascabili, copertina rigida con il titolo stampato in un font dalla forza delicata, colori diversi a seconda dell’oggetto delle osservazioni. Questo sono gli Observer’s: manuali per osservare da vicino -molto vicino- qualcosa o qualcuno. Sono libri pratici che, taccuino alla mano, servivano a dare un nome e un senso a ciò che si vedeva. Sono libri definitivi: definiscono un mondo in cui era normale dotarsi di un bellissimo librino per osservare fiori, erbe, stelle, aerei, bandiere, porcellane, cani, squadre di calcio. francobolli. Il catalogo offerto era smisurato: si poteva scegliere di essere osservatori di funghi, di pesci d’acqua dolce o di acqua salata, di alberi, di dipinti, di strumenti musicali, di farfalle, di animali selvaggi. Unico requisito: aprire gli occhi. Osservare. Far rientrare il mondo intero nell’orizzonte di un paio d’occhi e di un fedele libro in tasca.

Naturalmente, mi sono innamorata di quel mondo. Altro che Wikipedia: vuoi sapere come si chiama un fiore? Osservalo. Vuoi dare il nome esatto ad una nuvola? Guardala a lungo e poi sfoglia le pagine. Ora sul comodino ho un po’ di Observer’s Books, che custodisco come un tesoro. Mi sono anche comprata un binocolo, nemmeno so bene come si usa.
Tutti i libri recano, scritta a matita sulla prima pagina, una dedica a qualcuno: quel qualcuno non sono certo io.

observers book 1

Ciò che gli Observer’s Books hanno di impareggiabile, e che volevo tanto raccontare, è il ricordo di un mondo che non esiste più e che non ha più ragione di esistere. Il mondo in cui si stava a guardare.
Ora sono io ad osservare quel mondo con strana nostalgia, la nostalgia senza senso di qualcosa che non si ha mai vissuto.

E quindi non mi resta che pubblicare post online per raccontarlo.

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